PRIMI PASSI
Consigli ai neofiti

Quarta parte



Allora, avete fatto un po’ di pratica nei lanci? Siete riusciti a centrare il secchio? E a parrucche come è andata? Non preoccupatevi! È come quando si inizia a sciare, prima fatica è lavoro e, poi, all’improvviso tutto si trasforma in divertimento. Il divertimento, appunto, deve sempre essere alla base di ciò che facciamo nel tempo libero e, solo così, ci si può ricaricare bene. Se, poi, divertendosi si impara qualcosa di nuovo è ancora meglio e più soddisfacente. Bene, in questo articolo, continuando a parlare di pesca a lancio, voglio trattare l’argomento esche finte al quale eravamo giunti alla fine del precedente. Lo voglio fare, però, senza far nomi e considerando unicamente le differenti caratteristiche di queste in rapporto ai luoghi ove usarle e alle prede più frequenti, almeno nei nostri sogni.
Fra tutte le esche metalliche sono, forse, le più comuni e quelle usate da più tempo, primi fra tutti i cucchiaini rotanti. Essi sono costituiti da una paletta concava e sagomata che, tramite un foro nella stessa o a mezzo di un cavalierino , ruota intorno ad un asse, piombato o meno, alla fine del quale c’è l’ancoretta.
Per un profano, a prima vista, possono apparire (colore a parte) tutti uguali. Così, però, non è. A tal proposito il primo errore che commettono i principianti è di comperare i cucchiaini prima di pensare a dove usarli. Così accade che, trovandosi a pescare in acque basse e ricche di vegetazione, si commette l’errore di usare un cucchiaino troppo pesante e, magari, con una bella paletta allungata. Ma perché è sbagliato? I cucchiaini di questo tipo tendono subito ad affondare velocemente e, oltre a ciò, la paletta allungata non offre molta resistenza quando recuperata in acqua calma. Il risultato finale è che la nostra esca in acque di questo tipo sprofonda subito nascondendosi e impigliandosi nelle erbe del fondo. Questo fatto rende impossibile un buon recupero, annulla l’azione adescante e rischia di far perdere l’esca. In altri casi ho notato persone che facevano spinning in acque mosse a corrente veloce usando dei cucchiaini leggeri, con poco piombo sull’asse e la paletta quasi arrotondata e molto concava. Il risultato di questa errata scelta è che l’esca non sprofonda quasi mai e ruota sempre appena sotto il pelo dell’acqua. Ciò deriva dalla mancanza di piombo sull’asse e dalla forma della paletta. Quando questa è tozza, infatti, e molto concava in rotazione offre molta resistenza all’acqua, specialmente se mossa. Così accade che non affonda quanto dovrebbe e non lavora mai alle profondità più produttive per incontrare eventuali prede. Se avete letto con attenzione queste righe vi sarete già accorti che questi ultimi cucchiaini citati (quelli tozzi e leggeri) vanno bene nel primo esempio (acque basse, ferme e inerbate) mentre quelli descritti per primi (pesanti e affusolati) sono giusti per il secondo esempio (acque fonde a corrente veloce).
Pensate un po’ quanto può essere dannoso il fatto di usare un’esca errata, talmente errato da rendere inutile e difficile ogni lancio. Queste difficoltà, peraltro, hanno stimolato molto la ricerca e la progettazione di cose nuove e, in commercio, esistono anche esche metalliche che sono una via di mezzo. Pesano, infatti, abbastanza in modo da affondare velocemente da fermi ma, quando recuperati tengono il livello al quale sono arrivati e si muovono linearmente, paralleli al fondo. In ogni caso, però, bisogna sempre tener presenti le caratteristiche delle acque ove peschiamo e ove si trovano le potenziali prede. Se queste sono, magari a vista, a galla il cucchiaino deve poter ruotare appena sotto il pelo dell’acqua mentre, se i predatori sono sotto (anche diversi metri) è li che l’esca deve agire. Mi sono spiegato bene?
Consideriamo ora quelle esche metalliche chiamate ondulanti. Il nome deriva dal fatto che, quando recuperate, si muovono in su e in giù, proprio come fanno le onde. Questi artificiali, fra i più vecchi nel tempo, sono ricavati da un unico pezzo metallico sagomato. Le loro forme sono, di volta in volta, molto differenti e funzionali ad usi diversi. Anche in questo caso il concetto di resistenza dell’acqua è fondamentale. Pur essendo tutti pesanti gli ondulanti hanno, come dicevo, forme diverse e sagome a volte più larghe e, altre volte, più strette. A ciò si aggiungono parti concave e altre convesse oltre a curvature particolari dell’esca nel suo complesso. Tutte queste differenze di realizzazione sono mirate a utilizzi speciali in acque differenti. Gli ondulanti più tozzi e larghi offrono, quando recuperati, più resistenza e, quindi, affondano con maggiore difficoltà. Gli ondulanti più stretti (anche pochi millimetri), chiaramente privi di parti concave e convesse e unicamente caratterizzati dalla curvatura del corpo nel suo insieme, offrono una minima resistenza all’acqua e tengono il fondo con maggior facilità. Anche in questo caso un errato utilizzo dei “ferri” comporta la impossibilità di pescare bene e in modo potenzialmente produttivo.
Abbandonando, ora, le esche metalliche, parliamo un po’ di minnow, quegli artificiali, in legno e in plastica, che imitano la forma dei piccoli pesci esca. Anche in questo caso un principiante che voglia dotarsene deve obbligatoriamente considerare prima le zone di pesca per poi decidere cosa usare. Tante volte ho parlato di questo argomento poiché queste esche mi stanno molto a cuore. Trattare estesamente l’argomento richiederebbe non un articolo ma la realizzazione di una “enciclopedia” e, pertanto, sarebbe forse di difficile comprensione per tanti principianti. Semplificando al massimo, quindi, si possono dividere i pesci finti in due categorie principali, quelli affondanti e altri galleggianti. In entrambe queste categorie la forma e l’inclinazione della paletta è fondamentale nel caratterizzarne il movimento. Più questa è lunga, larga e maggiormente inclinata tanto maggiormente affonda l’esca quando recuperata. Una minor dimensione della paletta unitamente all’abbinamento su di un’esca galleggiante, invece, fa scodinzolare il pesciolino finto poco sotto il pelo dell’acqua. L’azione dinamica di affondamento dovuta alla paletta, infine, si accentua ancora più se abbinata ad un pesce finto affondante, cioè sprofondante in acqua anche da fermo.
Ormai spero che a tutti voi sia chiaro che, anche in questo caso, l’utilizzo di un pesce finto deve tener in considerazione le tipologie delle diverse acque.
Pensiamo di essere a pescare in acque basse, con fondali erbosi e ricchi di ostacoli, acque limpide e con una corrente a volte mossa e altre meno. In questi casi serve che l’esca affondi molto poiché sia la bassa profondità che la limpidezza dell’acqua la rendono sempre visibile, anche a prede appoggiate sul fondo. In questi casi l’artificiale giusto non deve essere troppo grande, deve essere in grado di sostare sul pelo dell’acqua trascinato dalla corrente e, oltre a ciò, basta che nuoti (quando recuperato) 50-60 cm. sotto la superficie. Ottimo sarà, quindi, l’utilizzo di un pesce finto galleggiante lungo 4-6 cm. e dotato di una piccola paletta. Questo apparirà ai predatori presenti come un avannotto in difficoltà e risulterà naturale e, pertanto, adescante. Se avessimo utilizzato, invece, un minnow affondante dotato di una lunga paletta, avremmo complicato molto la nostra azione e la produttività della stessa sarebbe stata minore. In acque di questo tipo scegliere di usare esche che affondino subito e molto complica la pesca poiché queste, al minimo recupero, sprofondano nei bassi fondali andando a incagliarsi fra i sassi, totalmente inutili. Oltre a ciò risulta molto più facile il perderle in acqua, cosa sgradevole visto quanto costano. Se invece stiamo lanciando in un fiume largo e fondo, con frequenti buche, l’utilizzo di esche che affondino presto e raggiungendo profondità elevate, è d’obbligo, in questi casi, infatti, la maggioranza delle nostre potenziali prede nuota molto sotto, con concentrazioni nelle buche presenti. Proprio in questi posti, quindi, deve arrivare l’artificiale se si vuol pescare nel modo giusto.
Naturalmente, cari amici, questi sono alcuni cenni elementari sull’utilizzo dei pesci finti. Il mercato, infatti, offre una varietà così estesa di queste esche che parlare di tutte sarebbe quasi impossibile. Ciò nonostante spero che queste mie brevi note possano essere utili a chi non le ha mai usate.
A conclusione di questo articolo, voglio parlare un po’ degli artificiali di superficie, quelli che lavorano solo e sempre a galla. Anche questa categoria di esche annovera una miriade di artificiali diversi fra loro. Il fatto che tutti nuotino a galla gli accomuna ma, senza dubbio, non ne livella l’utilizzo. Queste esche, infatti, sono fatte per assolvere a diverse esigenze. L’esperienza di tanti anni mi ha indotto a dividerli in diverse categorie, quelli pesanti e voluminosi e quelli leggieri più piccoli, quelli tozzi e quelli con corpi aerodinamici, quelli adatti a muoversi su tappeti erbosi appena sotto il pelo e quelli che si muovono in acque libere, quelli che vanno recuperati a scatti e altri che richiedono recuperi regolari, e così via.
Premesso che questa categoria di artificiali va, quasi sempre, usata in acqua ferma, poco fonda e ricca di vegetazione, penso che un principiante dovrebbe scoprire da solo come funzionano e dove poterle usare. Sono talmente tante, infatti, e così diverse che bisognerebbe descriverle una per una. Ma facciamo ora un esempio di come comportarsi. In negozio abbiamo visto una bella esca di superficie, ce ne siamo innamorati e l’abbiamo comperata. Guardiamola, ora, un po’. Nel nostro caso notiamo che è simile a un tappo con la base larga incavata. Monta due ancorette, una sotto la pancia e una sulla punta dell’ogiva e l’anellino di attacco del moschettone è nel centro della base larga incavata. Noi ancora non sappiamo che quella che abbiamo in mano è un “tappo”, una delle esche più vecchie al mondo e una di quelle che rendono meglio. Giunti sull’acqua proviamo a lanciarlo e ci accorgiamo subito che la forma aerodinamica e il peso notevole ci ha fatto fare un lancio da sogno, mai eseguito prima. Ora il tappo è fermo a galla e lontano, proviamo, quindi, a recuperarlo in modo regolare, un po’ lentamente e un po’ più velocemente. Notiamo che l’artificiale nuota male, non scodinzola più di tanto e non sposta tanta acqua. Pensiamo subito di essere stati bidonati e, di stizza, diamo un colpo secco di canna. Ma cosa succede? Il “tappo”, ancora distante da noi, provoca uno schiocco talmente forte da avvertirlo benissimo e, poi, sposta un tale volume d’acqua da provocare un alto spruzzo. Bene, cari amici, è proprio questa l’azione adescante di questa esca, il modo giusto di usarla. Lo schiocco a galla e lo spruzzo vengono avvertiti anche da pesci distanti decine di metri che scambiano l’esca con una rana che salta o pensano che sia un pesce che fugge spaventato.
Presi dall’entusiasmo corriamo subito in negozio e ci comperiamo un nuovo artificiale di superficie nella speranza di dotarci di due esche che, lavorando bene, catturino molto. Quella nuova, appena acquistata, è strana, talmente particolare da farci ridere. Ha un corpo tozzo, è grossa e pesante e ha due ali metalliche ai lati della testa. Monta, poi, due ancorette, una sotto e una in coda mentre l’aggancio si trova nel centro del muso. Anche questa volta, anche se ancora non sappiamo, siamo stati fortunati. L’esca, infatti, che teniamo in mano è il “nuotatore pazzo”, una delle migliori esche di superficie. Tornati subito nella zona di pesca di prima, siamo impazienti di usarla e di vedere come funziona. Agganciato il moschettone, quindi, la lanciamo in lontananza. Anche questa esca arriva molto lontano e, mentre vola, ci accorgiamo che le alette metalliche restano chiuse, adagiate sulla testa. Appena l’esca cade in acqua, memori dell’esperienza precedente, proviamo a recuperarla a scatti. I nostri recuperi, però, questa volta non provocano nessun schiocco e, anzi, l’artificiale avanza come un peso morto. Proviamo allora a recuperare con regolarità e, subito, tutto cambia. Il “nuotatore pazzo” inizia proprio a nuotare, con le alette aperte, oscillando da un lato all’altro. Il nuoto, poi, provoca dei caratteristici rumori udibili anche da lontano. Ci accorgiamo anche di un’altra cosa. Quando recuperiamo più velocemente il nuoto diviene più lento e scadenzato mentre, quando rallentiamo il recupero, l’oscillazione aumenta di intensità e l’esca si muove lateralmente con maggiore velocità.
Sempre, come dicevo, mentre nuota l’esca provoca rumori adescanti quando le ali affondano in acqua.
Ma perché questo artificiale cattura molto? Le vibrazioni provocate dal nuoto sono tra le più avvertibili dalla linea laterale dei pesci e, poi, questa esca è ideale per guidarla letteralmente ove si desidera, nei corridoi fra le canne e lungo i margini esterni dei canneti, zone molto frequentate dalle nostre prede.
Con questi due esempi ho voluto spiegarvi come, spesso, bisogna comportarsi usando artificiali nuovi. Bisogna, infatti, scoprire le loro caratteristiche e pensare a come poterle sfruttare.
Per ora, cari amici, mi fermo qui. Anche questa volta penso di avervi dato dei suggerimenti utili per farvi fare nuove esperienze. Mi fermo anche perché non voglio sovraccaricarvi di nozioni con il rischio di farvi confusione.
Anche quando si pesca i progressi vanno ottenuti a piccoli passi, quando le nozioni di base sono state ben assimilate.

Francesco Venier