PRIMI PASSI
Consigli ai neofiti

Prima parte



A periodi scadenzati di vari mesi o più sento l’esigenza di rivolgermi a tutti coloro che, per la prima volta, sentono il desiderio di avvicinarsi al mondo della pesca. Dedicati a persone di ogni anzianità, dai bambini alla terza età, questi miei servizi vogliono essere di aiuto e di stimolo ad avvicinarsi con convinzione al meraviglioso mondo della pesca. Questa attività ludica, a mio avviso, non va intesa come il solo desiderio di catturare una preda (desiderio ancestrale intrinseco da sempre nella natura umana) ma come la possibilità di riappropriarsi di un mondo naturale sempre più dimenticato e trascurato. Pescare (in modo incruento) è bello, ci fa agire in mezzo alla natura, ce la fa conoscere e apprezzare di più e, oltre a tutto, ci porta ad agire in modo tale da tutelarla al meglio.
Mi direte, forse, che ciò è un controsenso. Come si può pensare di agire in favore del mondo naturale se si va a pescare? Non è una contraddizione, cari amici. La natura umana è fatta così, da sempre siamo stati cacciatori e pescatori e, per me, è invece il negarlo. La differenza stà nel fatto che ora abbiamo la consapevolezza di ciò che facciamo e delle conseguenze del nostro operato. L’importante è che le nostre azioni istintive e animalesche siano bilanciate da atteggiamenti positivi e costruttivi capaci di salvaguardare e di tramandare integro l’ambiente ove viviamo.
Se divertendoci a pescare, quindi, facciamo in modo di non danneggiare i nostri “avversari” e, nel contempo, impariamo a conoscere le varie specie, a operare in modo che i nostri habitat siano sani, meno inquinati, mantenuti in modo tale da garantirne il prosperare, la nostra azione non sarà mai dannosa e sempre positiva per l’ambiente.
È chiaro e logico! Nei periodi di frega non si deve pescare come, inoltre, non bisogna avere atteggiamenti che siano dannosi per le specie autoctone rare e, in ogni stagione, bisogna trattare con particolare cura le femmine gravide e tutti i pesci che siano sotto le misure minime stabilite dalla legge.
Non sempre è così, però. A seconda dei casi, specialmente, nelle acque chiuse, la nostra azione (in queste evenienze finalizzata a prelievi senza rilasci) potrà essere utile riducendo il numero degli esemplari delle specie che risultino infestanti e dannose all’equilibrio ittico di una certa zona. Se in uno stagno, ad esempio, il numero dei ciprinidi è in eccesso al punto da rischiare di provocare fenomeni di eutrofizzazione (mancanza di ossigeno) delle acque, il prelievo di un certo numero di scardole, cavedani o carpe potrà essere positivo e utile a ristabilire il miglioramento dell’ambiente e favorente il prosperare anche delle altre specie (persici, ecocidi, salmonidi, ecc.).
Il concetto, quindi, da tener ben presente non è tanto e sempre la salvaguardia del singolo individuo quanto la salute della specie nel suo complesso.
La consapevolezza di quanto sopra è, per me, indispensabile prima di iniziare a pescare. Troppe volte ho visto giovani pescatori divertirsi a trattenere piccoli bass, lucetti sotto misura, avannotti di salmonidi, ecc. convinti di aver fatto delle catture eclatanti e inconsapevoli del danno che stanno procurando all’ambiente.
Bene, cari amici, pensiamo ora a come pescare agli inizi senza incappare in delusioni tali da farci subito desistere. Innanzitutto prendiamo in considerazione le acque che siano più comode e vicine a casa nostra. Se fossi in voi, agli inizi, io tralascerei le grandi acque come il mare in zone ove le rive siano regolari, senza ostacoli naturali o artificiali. Trascurerei anche i grandi laghi nei posti privi di vegetazione di sponda e con grandi profondità, i fiumi a corrente veloce e, in genere, tutte le acque che risultino troppo difficili da pescare.
I primi obiettivi, quindi, che prenderei in considerazione sono le onnipresenti cave dimesse, i tanti canali e i piccoli fiumi che passano vicino o attraversano le nostre città, le zone lacustri ove sono presenti immissari o emissari e, in genere, sia nei laghi che in mare tutti i posti ove si trovino manufatti come i porti, le dighe foranee e i frangiflutti in genere.
In tutti questi casi, nessuno escluso, se siete agli inizi, io vi consiglio di pescare nelle acque vicine alla riva inerbata o agli ostacoli vari esistenti, acque non troppo fonde, possibilmente calme o a corrente lenta, ove le postazioni di pesca siano accessibili, comode e prive di pericoli. In questi posti raramente pescherete pesci da record essendo le zone più disturbate ma, senza dubbio, catturerete divertendovi. Ricordatevi che per un principiante (mi ricordo i miei inizi) anche uno scardolone da 500 grammi è un pesce “enorme” capace di regalare grandi soddisfazioni. Pensiamo, ora, che vi troviate a pescare nel dolce, magari sulle sponde di un normale canale che attraversa la città. La profondità media massima è sui 3-4 metri, le rive sono erbose, le sponde sommerse con zone cementate e altre naturali e, qua e là, ciuffi di vegetazione di sottoriva. A distanze regolari, come spesso avviene, ponti di attraversamento stradale, pali di ormeggio natanti e, a volte, barche ormeggiate sia vecchie e dimenticate che nuove. L’acqua è relativamente pulita, torbida sì ma priva di schiuma di superficie e di odori strani. Bene, questa è una delle eventualità più diffuse e ditemi chi di voi non ha un canale così a portata di mano.
In questi posti i ciprinidi regnano sovrani. Scardole, innanzitutto, ma anche carpe, tinche e, se l’acqua non è eccessivamente torbida, i cavedani.
Siete già in possesso di una canna sui quattro metri con un mulinello medio carico di una lenza dello 0.20 o dello 0.25. Spesso la vecchia “canna del nonno” ! riesumata per l’occasione, una gloriosa cendret o una robusta faps in vetro resina montanti un mulinello a bronzine pesante e robusto. Non preoccupatevi vanno benissimo quando si comincia! Aperta la canna e passata la lenza negli anelli montate un sughero affusolato da 3-4 grammi e quindi legate il moschettone alla lenza. Utilizzando i piombini spaccati cercate di piombare la lenza in modo che il sughero sia ben bilanciato lasciando fuori dall’acqua solo l’asticina finale colorata. Poi al moschettone fissate un finale lungo 30-40 cm. montante un amo del 12 o del 14 e, a 10 cm. dallo stesso, fissate alla lenza un piccolo piombino spaccato.
Come esca vi siete portati appresso due barattoli di mais tenero (di quello per uso alimentare) e il guadino a manico lungo è appoggiato sulla riva, pronto all’uso.
E' giunto il momento di provarci! La corrente del canale è lenta e voi sistemate il sughero in modo da avere l’esca a tre metri dallo stesso. La vostra canna è, così, pronta con due-tre grammi di mais fissati sull’amo. Lanciate, quindi, con calma l’esca a valle della corrente e recuperate un po’ in modo che il sughero se ne stia un po’ inclinato a un metro dalla sponda e a una decina di metri da voi. Sistemate, infine, la canna tutta in fuori sul portacanne.
Prendete ora tre o quattro manciate di mais e lanciatele in acqua in modo che si disperdano su una larga superficie del fondo sopra e sulla scia della lenza immersa. Ogni 30-40 minuti ripetete la pasturazione e periodicamente controllate l’amo. Vedrete così che le catture non si faranno attendere e scardole più o meno grosse oltre a piccole carpe vi faranno visita regalandovi momenti di gioia. Badate bene, però, non sempre e solo pesci piccoli. In questi canali vivono e prosperano anche carpe di tutto rispetto. Esemplari da 3-4 kg. e più. Vicino a casa mia passa il Dese in una località che si chiama appunto Dese, a tre km. da Favaro. In questo paese il fiume canalizzato è largo 6-7 metri con una profondità sui tre e a corrente lenta, proprio come quello dell’esempio. Bene, pescando così, in un pomeriggio invernale dell’anno scorso, ho catturato e subito slamato 50 kg. di carpe, tutte sui 3-3.5 kg. di peso.
Contenti dei risultati ottenuti, la settimana dopo decidete di andare a pescare in un laghetto a pagamento popolato da trote iridee. È un altro esempio classico di come tanti iniziano e, spesso, continuano a esercitare la pesca.
Quando ci si reca in questi laghetti si è sempre certi di facili catture e di tornare con i panieri pieni ma, se non ci si sa fare, non sempre è così. Sono posti ove la pesca sembra facile (a volte lo è) ma per essere produttiva richiede una certa pratica e l’osservanza di alcune regole basilari.
In queste acque i pesci immessi sono tutti di allevamento, spesso già sazi e abituati a nutrirsi di mangimi. Chi vi pesca, poi, anche se sovente è vietato, pastura molto rendendo i fondali relativamente ristretti come delle “mense” sommerse uniformi ove è difficile concentrare le trote in un posto determinato. I salmonidi, quindi, se ne vanno di qua e di là in ordine sparso e raramente condizionabili. Per pescare le trote nei laghetti a pagamento esistono infinità di esche, a volte anche molto costose. Tra le tante, volendo iniziare, io mi doterei di un vasetto di zuccherini profumati alla vaniglia bianchi, di una scatolina di larve del miele e di un vasetto contenente pastella colorata per trote.
La “canna del nonno”, già in vostro possesso, agli inizi va benissimo. Sostituite solo l’amo, però, montando un amo del 10 a curva larga. La lenza dello 0.20 e il sughero affusolato da 3-4 grammi vanno bene allo scopo.
Come dicevo, le trote sono spesso già sazie e svogliate e, per catturarne, bisogna saper attrarne l’attenzione sull’esca. Una pesca con lenza immobile e esca trattenuta presso o sul fondo, quindi, non è sempre delle migliori.
Il sistema di pesca maggiormente produttivo è quello di effettuare brevi e lenti recuperi, framezzati a soste di pochi secondi in modo tale che l’esca sia sempre in movimento e maggiormente visibile e incuriosente.
Con il materiale a disposizione gli inneschi sull’amo andranno eseguiti in questi due modi. Il primo consiste nell’infilare uno zuccherino bianco, sino sopra la paletta del gambo dell’amo e poi nell’innescare due larve del miele, una a coprire e una, appena punta, a penzoloni. Usando un po’ di pastella, invece, della consistenza del pongo, creeremo un boccone con una forma allungata, piatta e curva nel quale inserire tutto l’amo. Due bocconi così eseguiti sotto l’azione di un lento recupero tendono a ruotare e a muoversi in modo scomposto risultando così molto attraenti. Appena arrivati, all’orario di apertura, effettueremo i nostri lanci parallelamente alle sponde poiché è li che le trote ancora indisturbate saranno in maggioranza.
Poi, con il passare del tempo, lanceremo e recupereremo sempre più al largo ove le trote si saranno intanto spostate.
Se in mezzo al laghetto c’è una fontana di ossigenamento delle acque o saranno presenti canaletti di immissione d’acqua fresca creanti delle correntelle artificiali, dovremo fare in modo di sondare per bene queste zone poiché spesso si rivelano molto produttive. Le trote, infatti, amano l’acqua mossa e ossigenata e prediligono sostarvi vicino o nel mezzo in attesa di cibo trasportato dalla stessa.
Per tanti queste nozioni elementari sono scontate e quasi “infantili” ma non per i meno esperti, per chi ha appena cominciato a pescare. Agli inizi tutto appare nuovo e difficile, i perché sono tanti e le capacità operative debbono ancora essere raffinate.
Questi sono, infatti, i “primi passi” di ogni pescatore agli inizi, i primi anche maldestri tentativi di imparare nuove cose. Con il tempo, però, tutto sarà più facile, intuitivo e scontato, le catture aumenteranno e con esse le soddisfazioni.

Francesco Venier