IL PESCATORE UNIVERSALE




Come recita il vocabolario di lingua italiana Devoto-Oli, il termine “universale” significa anche... corrispondente all’idea di massima comprensione e estensione... relativo all’universo come entità geografica... Si tratta, quindi, di un aggettivo attribuente anche caratteristiche di estensione del pensiero, di globalizzazione comportamentale e di conoscenza senza confini prestabiliti.
E’ chiaro, cari amici, che attribuire simile caratteristiche ad un solo individuo, a un pescatore, sia utopico ma, a mio avviso, ciò che conta non è tanto di raggiungere risultati impossibili ma di impostare il proprio pensiero e il proprio agire sempre tendendo verso di essi. Si tratta, pertanto, di “allargare la mente” e di non ghettizzare le proprie idee e i propri comportamenti in confini ristretti. Un simile atteggiamento mentale, pertanto, sia nella pesca come in ogni altro campo d’azione della sfera umana, testimonia uno spirito evoluto, aperto a idee nuove, capace di osservare e di apprendere con atteggiamento aperto e non fisso in convinzioni stereotipate e sempre uguali.
La mia volontà di identificare le caratteristiche di un virtuale “pescatore universale” non è per me, cosa inutile poiché è mirata ad astrarre tutti quei concetti generali che ben si adattano ad ogni campo della pesca, tutte le regole generali e i rapporti causa-effetto che regolano e condizionano questo mondo che tanto amiamo.
Ma quali sono queste caratteristiche?

  1. Conoscenza dell’ambiente
  2. Conoscenza dei pesci, delle loro caratteristiche e dei loro comportamenti
  3. Conoscenza di metodiche comportamentali generali, ad ampio spettro
  4. Capacità di adattamento al mutare degli eventi in armonia con il cambiare delle condizioni ambientali e dei comportamenti dei singoli individui o di gruppi di essi.

In parole povere il “pescatore universale” è quello che non vuole imporre regole prestabilite ma agisce sempre in accordo con quelle generali dettate dalla natura, seguendo le sue leggi e i suoi ritmi, a volte mutevoli e imprevedibili.

Conoscenza dell’ambiente.
La conoscenza dell’ambiente operativo e la consapevolezza di dove si agisce è fattore fondamentale e imprescindibile. Quando si arriva in una nuova zona di pesca bisogna, innanzitutto guardarsi attorno e osservare l’ambiente circostante. Una battuta positiva è sempre legata a comportamenti mirati ad assecondare e non a contrastare le caratteristiche del posto ove ci troviamo. Acque dolci, salmastre o salate, acque libere o ricche di vegetazione, rive libere o intricate, altitudini diverse, differenti condizioni di ossigenazione, di limpidezza e di purezza delle acque e differenti velocità dello scorrere delle stesse, richiedono tecniche diverse mirate a prede diverse.
Ad esempio, se ci si trova in acque chiuse del piano, con sottosponda ricche di vegetazione, temperature elevate e acque torbide e scarse di ossigeno significa che le nostre probabili prede saranno tinche, carpe, carassi e che, quindi, la pesca deve essere di posizione utilizzando canne lunghe e esche depositate sul fondo.
Con simili morfologie ambientali, inoltre, è possibile ipotizzare la presenza di bass. Bene, volendoli pescare a spinning, il nostro comportamento sarà vincolato dalle acque intricate, pertanto, d’obbligo sarà l’utilizzo di esche antialga e bisognerà trascurare sia i minnow che i cucchiaini. Tutto ciò potrebbe apparire tanto logico quanto scontato, ma tutti fanno così? Facciamo un altro esempio. Abbiamo appena acquistato una bella canna da 30 libbre da traina e, pieni di entusiasmo, ci rechiamo in barca volendo trainare vicino la costa. Bene, questa metodica di pesca ottiene risultati diversi a seconda di dove ci si trova. In tutti i casi i pesci pelagici non saranno quasi mai nostre probabili prede, questi, infatti, nuotano più al largo, in acque libere e in mare aperto.
Se le coste, poi, sono quelle Tirreniche (magari del Sud) rocciose, con fondali sprofondanti velocemente, acque limpide e, spesso, soggette all’azione del vento, le nostre prede potranno essere, fra l’altro, ricciole, serra oltre, naturalmente , a qualche branzino mentre, caso opposto, se ci si trova al nord a trainare sulle coste Adriatiche tutto cambia. Qui i fondali sono più bassi e lentamente degradanti, l’acqua più calda e torbida, le rive di norma sabbiose e rocciose solo in presenza di frangiflutti e dighe foranee. Bene, trainando in questi luoghi le principali potenziali prede sono i branzini. Cosa voglio dire con ciò ? in queste due differenti condizioni ambientali sarà opportuno usare artificiali diversi e trainati a velocità diverse. Pur essendo una traina di costa, inoltre, il comportamento del pescatore deve essere variabile. Muovendosi parallelamente a rive rocciose, sia naturali che artificiali, è bene farlo in modo tale che l’esca sfiori quasi le rocce sommerse passando vicino a tutte le possibili tane. Se, invece, si traina a coste sabbiose, caratterizzate da spiagge, bisogna tenersi più in fuori. In questi casi la traina andrà eseguita a 100-150 metri dalle spiagge, sopra fondali sabbiosi ove le onde favoriscono la formazione di quelle “gengive” di sabbia tanto note a chi fa surf casting.

Conoscenza dei pesci, caratteristiche e abitudini.
Il “pescatore universale” conosce bene varie specie di pesci. Le sue nozioni sono tali da consentirgli comportamenti idonei ad assecondarne sia le caratteristiche fisiche che le abitudini comportamentali. Penso che sia chiaro a tutti voi quanto sia importante il conoscere bene, a seconda di dove agiamo, chi sono le nostre prede, come sono fatte, che abitudini hanno, come si alimentano ecc. ecc. Lo studio sui libri, quindi, è utilissimo e non va considerato come tempo perso. La lettura delle riviste di settore poi e il far tesoro delle osservazioni e delle esperienze altrui arricchisce il nostro bagaglio culturale forse in modo ancora più completo. Ciò dipende dal fatto che, su tali giornali (leggi “Il Pescatore”), le nozioni teoriche sui pesci sono completate e attualizzate da quelle pratiche concernenti la pesca.

Conoscenza di metodiche comportamentali generali, ad ampio spettro
Il “pescatore universale” deve sempre sapere quali metodi usare per raggiungere i suoi scopi. A tale proposito esistono metodi di pesca e comportamenti che sono realmente adatti alla pesca di prede diverse e in territori lontani fra di loro ma accumunati da simili aspetti morfologici, da climi atmosferici affini e dal fatto che molti pesci (anche differenti fra loro) rispondono in modo eguale agli stimoli esterni e quando seguono una loro ancestrale memoria. Il concetto di migrazione e ciò che ne comporta deve, ad esempio, essere sempre tenuto a mente per essere consapevoli di quando e dove sia possibile trovare una certa preda con relativa sicurezza e a che fase del suo sviluppo evolutivo.
Tanti pesci migrano anche diversissimi fra loro e appartenenti a famiglie estranee. Nei siluridi sono le anguille un esempio eclatante. Pesci che percorrono migliaia di km. in un viaggio che le porta, da piccole, dal mar dei Sargassi ai fiumi europei e, da adulte, al viaggio inverso per riprodursi e infine morire. Questi spostamenti ciclici hanno sicure stagioni di partenza e altre di arrivo. Anche i salmonidi sono pesci che migrano, in particolare le specie di salmoni. Questi eleggono come territori di accrescimento corporeo quelli marini e destinano altre zone con acque dolci chiare, fredde e pulite alla riproduzione. Queste acque incontaminate si trovano alle sorgenti dei fiumi, in località montane, che i salmoni raggiungono risalendo stagionalmente la corrente, eseguendo un viaggio biblico irto di ostacoli e di pericoli, uno spostamento che li sfinisce al punto che, a deposizione avvenuta, anch’essi muoiono concludendo, così, il loro ciclo vitale. In ambo questi esempi che ho citato (solo due fra molti) la metodica generale di comportamento si adatta bene alle due specie diverse. Il pescatore, quindi, deve sempre sapere dove, in una determinata parte dell’anno, può trovarsi il migratore in gruppi maggiormente concentrati e proprio li lo deve attendere per ottenere i risultati migliori.
Cosa si deduce da questo esempio? che bisogna saper astrarre e scoprire quali sono i comportamenti generali da seguire se si incontrano condizioni simili. Questa capacità analitica di ragionamento è prettamente umana ma, in certi casi, a livello istintivo, può essere osservata anche nel mondo animale. Gli orsi del Nord America sono un esempio chiaro di ciò che affermo. Essi sanno bene quando e dove attendere i salmoni in risalita. Anche le orche del Baltico, altro esempio, conoscono le spiagge davanti alle quali sostare in attesa e i momenti più giusti per catturare i gruppi di foche che prendono il mare per rimpinguare le loro riserve di grasso. La vita è così, cacciatori e prede in un continuo gioco a rimpiattino!

Capacità di adattamento al mutare degli eventi in armonia con l’ambiente e con i comportamenti dei singoli e dei gruppi
Il “pescatore universale” pensa in fretta. E’ in grado di analizzare ogni singola variabile di ciò che gli sta attorno e di adattarsi ad essa. In questa adattabilità c’è l’essenza più vera del ragionamento umano, quella che distingue la specie umana e la rende prevaricante le altre. La capacità di affrontare l’imprevisto con raziocinio e di risolvere, in poco tempo, i problemi che sorgono distingue il bravo pescatore da quello con idee stereotipate e vincolanti l’azione. Se ci si trova in pesca in una bella giornata senza vento, quando tutto è ideale e facile da attuare e, poi, in pochi attimi il tempo cambia e diviene ventoso (classiche evenienze durante, temporali primaverili), bisogna accettare l’idea che è subito utile un cambiamento di strategie e di metodiche di pesca. Come spesso dico, infatti, la natura va assecondata e mai contrastata e quanto prima e meglio lo si fa tanto migliori sono i risultati. Questa idea di imprevedibilità, poi, non è pertinenza esclusiva del tempo atmosferico ma anche dei pesci, sia singoli individui che gruppi di essi. Io ho notato, infatti, che, pur nella loro generalità dei comportamenti, esistono delle variabili dovute sia all’istintivo differente carattere del singolo individuo che si incontra che alle diverse “memorie di branco” distinguenti un branco di pesci dall’altro e legate agli stimoli ricavati dai luoghi di sosta. Il fatto è che, quando si arriva in un posto di pesca nuovo e (al momento) deserto, non si è mai in grado di sapere appieno quali siano gli stimoli esterni usuali che giungono ai pesci del posto. Facendo spinning, ad esempio, si hanno sempre delle esche che vengono considerate come le migliori. Quelle che catturano di più e meglio. Per me, concretizzando, il cray crowler (il nuotatore pazzo) della Heddon è, in assoluto, il migliore artificiale di superficie per il bass. Però! Se in un posto sono in molti ad usarlo il persico trota impara subito a riconoscerlo e non lo attacca più. E allora, come bisogna fare?
Quando si pesca in posti a noi sconosciuti e si nota che un’esca non da i risultati sperati non bisogna ostinarsi ad usarla. Il cambiamento frequente di ciò che si usa e di come lo si usa, infatti, riduce statisticamente le possibilità di fallimento.
Se, altro caso, capita di incontrare un pesce con un comportamento anomalo e unico, non bisogna agire in modo standardizzato ma cercare di capirne il carattere e di stabilirne i punti deboli.
Bisogna fermarsi a osservarlo e a considerare con attenzione cosa ne condiziona le reazioni.

Cari amici, questa è la mia idea di “pescatore universale”, una persona desiderosa di apprendere, capace di osservare, dotata di spirito di adattamento, senza idee preconcette e rispettosa delle leggi naturali. In ultima analisi un uomo completo e maturo.

Francesco Venier