LA TINCA “DOLCE AMICA“




La tinca è, senza dubbio, il ciprinide che prediligo. È un pesce dolcissimo con occhi e bocca dai tratti buoni, quasi da cartone animato. Occhi tondi ed espressivi e bocca turgida con labbra colorate di un inconfondibile giallo-arancio. Essendo un classico grufolatore questo pesce non ha denti sviluppati e “mastica” il cibo schiacciandolo contro il palato. Spesso, poi, più che mangiare succhia le sostanze alimentari che quindi ingurgita. Questo modo di trattare il cibo ne identifica subito la presenza quasi certa in caso di ferrate a vuoto. Se, infatti, si usa la polenta gialla o il pane compresso per realizzare grossi bocconi a forma di pera, in caso di tinche in azione, questi appariranno maggiormente compressi nel mezzo, quasi a forma di rocchetto. Se invece, vengono sbecottati in modo più o meno evidente vuol dire che sotto ci sono solo scardole di varie dimensioni. L’habitat della tinca, infatti, è lo stesso di altri ciprinidi quali scardole e carpe. Forse, però, questo pesce con una splendida livrea verde e il ventre giallo-arancio predilige più di altri i fondali erbosi e ricchi di vegetazione, specialmente a ridosso dei canneti e presso le sponde di fiumi, laghi e stagni.
La tinca ama vivere in acque calme e tiepide e diviene maggiormente attiva nelle ore crepuscolari e di notte. Questo bel pesce, inoltre, va classificato fra quelli prettamente estivi, richiedenti temperature miti sia per prolificare che per entrare in piena attività.
Gli habitat ideali della tinca sono quelli con profondità limitate, ricchi di vegetazione di fondo e presso le sponde. Questo pesce percorre con metodo queste zone alla ricerca di cibo smovendo con il muso il fango di fondo e di sponda. Cercarlo al largo, quindi, specialmente in acque libere, senza vegetazione e profonde è sovente improduttivo. Anche pescarlo a mezz’acqua spesso rende meno poiché, come dicevo, questo pesce è un grufolatore di fondo.
Il fatto che si alimenta smovendo il fango dei fondali risulta evidente dalla conformazione stessa della bocca. Per rendersene conto basta tenere una tinca con una mano e aprirne con un dito dell’altra la bocca. Noterete subito che l’apertura di questa è rivolta visibilmente verso il basso a guisa di “aspirapolvere”. Da ciò si ricava che il modo principale per pescare le tinche è quello con l’esca appoggiata direttamente sul fondo. A mio avviso, le esche migliori da innescare sull’amo sono la polenta gialla, il pane e il mais. Anche i vermi, però, specialmente in autunno quando i pesci fanno scorta di proteine in vista dell’inverno possono andare bene. C’è però un inconveniente operativo consistente nel fatto che i vermi sono appetibili anche per altri pesci come i persici sole, le scardole e tanti altri.
Questo fatto e i loro attacchi ai vermi innescati disturbano, pertanto, l’azione di pesca sino, sovente, quasi a vanificarne la produttività. I bocconi di polenta, pane e mais invece vengono aggrediti meno dai “pesci disturbo”, sono più grandi e visibili e maggiormente graditi dalle tinche.
Ciò detto parliamo un po’ di cosa serve e di come pescare questo verde e bellissimo pesce. È vero, il modo migliore è quello con l’esca adagiata sul fondo ma, a mio avviso, non con attrezzature prettamente mirate alla pesca a fondo come canne relativamente corte e robuste e grossi piombi da fondo. Io, infatti, le pesco con canne munite di galleggiante, scorrevole o no a seconda delle profondità operative.
Le mie canne da tinche sono lunghe sui 5 metri, robuste e sensibili nel contempo, con una azione scalare in grado di trasferire lo sforzo sui due terzi della canna. Ma perché canne così lunghe? I motivi sono vari e evidenti. In primo luogo una canna da cinque metri consente di utilizzare galleggianti fissi anche su fondali di quattro metri. Essendo le zone leader sui margini esterni della vegetazione acquatica di sponda, in caso di salpaggio del pesce, la lunghezza della canna unitamente all’utilizzo di un guadino dotato di manico estraibile aiuta molto il pescatore in azione evitando, così, che la tinca possa infrascarsi fra le alghe.
Quando, poi, si ha la fortuna di allamare una tinca veramente grossa una canna robusta e lunga fa tutto da se. Basta, infatti, tenere la canna sui tre-quarti e la lenza in tensione perché la nostra lunga canna stanchi da sola il pesce flettendosi gradualmente sotto trazione. Pescando a tinche, infatti, la frizione del mulinello per me conta meno. Questa, infatti, va tenuta quasi chiusa e inutilizzata poiché il concedere lenza al pesce gli consente di inerbarsi fra la vegetazione a rischio di rottura del finale. Avvenuta la ferrata, pertanto, il pesce allamato va contrastato unicamente utilizzando le qualità della nostra canna sino a stancarlo del tutto e a portarlo a galla, sopra le alghe del fondo.
Da tutto ciò si deduce che il mulinello che utilizzeremo non deve necessariamente essere superlativo, basta che sia robusto, non troppo veloce e in grado di sopportare anche sforzi notevoli. Anche un mulinello vecchia maniera dunque va benissimo, non servono tanti cuscinetti o altri tecnicismi utili in altri tipi di pesca.
Sia che si usino sugheri fissi o scorrevoli io vi consiglio di utilizzare galleggianti lunghi e affusolati per un preciso motivo funzionale. Quando si adagia l’esca sul fondo, infatti, la lenza immersa va tenuta inclinata e anche il sughero deve starsene inclinato con il lato emerso verso la riva. In questo modo quando la tinca prende il boccone in bocca dal fondo e se ne và sente meno la trazione della lenza e, quindi, non si rischia che rigetti subito l’esca.
E' chiaro, inoltre, che un sughero affusolato e ben piombato quando affonda è molto meno avvertibile di uno tozzo e voluminoso. Pescando le tinche in questo modo la lenza non deve essere obbligatoriamente sottile. Essendo il boccone e il finale appoggiati sul fondo il pesce non nota la bava e, poi, dopo la ferrata, serve una lenza con diametri superiori allo 0,22-0,24 per contrastare la trazione del pesce in tutta sicurezza.
Il guadino, come dicevo, deve avere un manico estensibile che arrivi sino ai 2,5-3 metri di lunghezza. L’apertura deve essere ampia e le maglie della rete non troppo grandi. A ciò vanno aggiunti un appoggiacanna per ogni canna utilizzata e un comodo sedile. Questa pesca è caratterizzata da lunghe attese e il poter starsene attenti e comodi rende il tutto più piacevole.
Come vi dicevo, le ore migliori per pescare le tinche in estate sono quelle del primo mattino, della sera e, spesso, quelle notturne. Quando, poi, le giornate sono molto calde la notte è il periodo migliore per vederle in attività.
Questi pesci grufolano sul fondo percorrendo con metodo ogni sottosponda alla ricerca delle zone che offrono più nutrimento. La pasturazione preventiva con nutrimenti uguali a quelli che saranno innescati sull’amo è, pertanto, utilissima per abituarli a cibarsi senza sospettare nulla. Facendo così, poi, si creano delle zone nelle quali i pesci si abituano a sostare poiché ricche di cibo.
L’avvicinarsi di una tinca risulta subito evidente poiché, grufolando sul fondo, provoca delle bollicine regolari d’aria in superficie. Queste formano dei sentieri sul pelo dell’acqua che appaiono regolari, lineari o no a seconda dei movimenti del pesce, sempre indicanti la posizione delle tinche che li provocano.
L’abboccata di questo ciprinide è subito definibile e avviene in due tempi. Prima la tinca afferra l’esca in bocca provocando uno o due affondamenti del sughero, poi, dopo pochi secondi (a volte molti di più) parte decisa facendo muovere il sughero con traettorie inclinate sia verso il largo e, più spesso, in direzione della vegetazione vicina. Se una tinca allamata corre a nascondersi non bisogna tirare allo spasimo ma limitarsi a mantenere la lenza in tensione. Vedrete che dopo un po’ di tempo questa uscirà dal vede per fuggire altrove. Proprio quando ciò accade bisogna agire in fretta per stancare e guadinare il pesce prima che si intani nuovamente.
Anche se può apparire statica per alcuni, vi assicuro che la pesca delle tinche cattura sempre chi vi si avvicina per la prima volta.
Il fatto che gli ambienti operativi siano lussureggianti di vegetazione e che le ore migliori garantiscano ai pescatori magici silenzi rende il tutto realmente affascinante. Si è soli, infatti, immersi nella natura ad ascoltare i rumori che essa provoca. Dopo un po’ ti raggiunge quasi uno stato di totale coinvolgimento, la mente si svuota da tutto ciò che non è realmente naturale ed istintivo e ci si sente parte di un mondo ancestrale memore di tempi passati. Tutti i nostri sensi si acuiscono nel tentativo di percepire rumori e movimenti in acqua che avvisino l’arrivo del verde grufolatore. E così attendendo, guardando e ascoltando ci si appropria di antiche esperienze e di passate sensazioni che pensavamo del tutto perdute.

Francesco Venier