COREGONI

Lame d'argento



Sì, lame d’argento, così appaiono i coregoni quando dalle profondità escono dall’acqua alla luce del sole.
Questi pesci misteriosi, delicati e irruenti nel contempo, con livree argentee bellissime sono classici delle profondità di tanti laghi con acque limpide e pulite. Vivono, come dicevo, in profondità poiché necessitano di acque con temperature basse e stabili. In estate solitamente nuotano in folti branchi a profondità di nove-dieci metri mentre in autunno e d’inverno prediligono vivere più in basso, a quindici metri e oltre. Solo quando sono in frega risalgono di molto, sino alla superficie e vicino alle rive ove esercitano i loro stupendi rituali d’amore. Ciò avviene in pieno inverno e in questi momenti, solo in questi, la loro presenza si manifesta appieno, visibile a tutti specialmente di notte.
Pesce planctonico per eccellenza, il coregone si nutre di larve di insetti reperibili in acqua. Il metodo migliore, quindi, per cercare di pescarli è di utilizzare le camolere a quattro o ( quando consentito) più ami riproducenti larve di insetti vari. Larve finte di colori diversi o, quando risulta evidente la tinta più efficace, dello stesso colore. Quando ho realizzato questo articolo, ad esempio, la tinta leader era il rosso e le sue tonalità ma anche i colori scuri ed il viola sono ottimi allo scopo.
La pesca di questo pesce è, in effetti, molto tecnica e richiede mezzi, attrezzature e un lungo apprendistato. Per questo motivo, sperando di fare cosa utile a tutti i neofiti, voglio schematizzare in modo chiaro e facilmente comprensibile l’argomento.

  1. Barca, ecoscandaglio, ancora
  2. Canne da pesca specifiche
  3. Camolere
  4. Strategie comportamentali
  5. Comportamento del coregone

Barca, ecoscandaglio, ancora
La barca ideale deve essere stabile onde consentire una azione in completa sicurezza anche quando si sta’ in piedi. Questa posizione, infatti, quando si salpa il pesce è quasi d’obbligo e se il coregone è di mole notevole bisogna potersi muovere in barca, senza correre rischi di ribaltamento, per assecondarne le sfuriate.
La sottigliezza della lenza usata, infatti, unitamente alla straordinaria forza del pesce allamato richiedono salpaggi estremamente oculati , non semplici tira-molla. Il coregone va assecondato nelle sue molte sfuriate (specialmente nell’ultima sotto barca) con concessioni di lenza proporzionate ad ogni singola occasione. Le trazioni devono essere modulate al massimo per stancare il pesce senza rompere la sottile bava e, inoltre, senza strapparne la fragile bocca. Se l’amo, infatti, è agganciato al labbro inferiore la nostra attenzione deve essere massima. Questo labbro è fragile e, se sollecitato malamente, tende a strapparsi mentre il labbro superiore è più resistente e robusto. Il fatto è che il pescatore non sa mai ove l’amo si è agganciato sino a quando il pesce non viene a galla e, credetemi, portare un coregone di due chili da quindici metri di profondità sino alla superficie non è facile!
L’ecoscandaglio è d’obbligo per individuare i branchi di coregoni in zona e, se si pesca in più barche di amici, almeno due di queste debbono essere dotate dello strumento. Poi, trovati i coregoni ci si ancora vicini in pesca. L’individuazione di questo pesce richiede tempo ma si basa e si rafforza su due principi base certi e inconfutabili. Se si è in estate e lo strumento individua branchi di pesci a 9-10 metri di profondità bisogna stare attenti. Se, poi, i pesci individuati nuotano “in fila indiana” sono certamente coregoni. Quando, inoltre, questi sono molti e ravvicinati l’ecoscandaglio sposta letteralmente la linea del fondo a 9-10 metri anche se questo è di 30 o più metri.
L’ancora o un peso atto allo scopo unitamente a una lunga corda sono indispensabili per ancorarsi sopra il branco. La cosa è ancora più indispensabile poiché i coregoni spesso mangiano nelle ore centrali del giorno, quando sui laghi spirano forti brezze che altrimenti sposterebbero subito la barca fuori posizione.

Canne da pesca specifiche
La canna ideale per i coregoni deve, per me, essere scattante e leggera. Con un cimino sensibilissimo e una lunga impugnatura consentente il posizionamento variabile del mulinello a bilanciare il tutto a seconda dei piombi finali usati (dai 5 ai 50 grammi di peso). Questa canna deve essere lunga sui tre metri, quasi quanto l’intera camolera finale. Il mulinello deve avere una frizione graduale ed efficiente e va caricato con una treccia visibile che consenta di poterla segnare con un pennarello a distanze prestabilite dal moschettone iniziale della camolera. Se questa è, come solitamente avviene, lunga tre metri e noi vogliamo che la prima-seconda camola siano sui nove metri di profondità, la treccia dovrà essere segnata a sei metri dal moschettone. In tal modo, quando il segno si troverà in vista a pelo d’acqua, le esche si troveranno alla profondità voluta e l’azione cadenzata di lento sollevamento le farà scorrere davanti al muso dei coregoni che, così, potranno scegliere il colore a loro più gradito.

Camolere
La camolera più usata è lunga sui tre metri anche se alcuni la fanno sui 2,5 metri. Le lenze usate devono essere sottili e invisibili ai coregoni che hanno una ottima vista tanto che si dice che distinguono i colori anche a 50 metri di profondità. Il trave madre è solitamente con diametri dello 0,17 o 0,15 mentre i corti braccioli sono ricavati da bave dello 0,15 o 0,12.
Le larve finte sono effettuate su ami del 12, talvolta del 10. In basso al trave, poi, c’è il moschettone al quale viene agganciato il piombo a pera usato di volta in volta, con pesi differenti a seconda delle condizioni ambientali e della diffidenza dei pesci. Più il piombo è leggero, infatti, meno piega il cimino rendendo più evidenti anche abboccate delicatissime e quasi impercettibili. Se c’è vento, però, o se in acqua vi sono correnti che inclinano la lenza, bisogna per forza usare piombi più pesanti per mantenerla verticale, anche a discapito della sensibilità.

Strategie comportamentali
Un pescatore di coregoni che si trovi in un posto nuovo deve, prima di tutto, osservare le abitudini dei pescatori locali. Essendo questi subito individuabili, bisogna annotare quando escono in pesca e ove si aggirano maggiormente alla ricerca dei pesci. Questi pescatori, infatti, conoscono bene le profondità del lago ove operano e sanno ove i coregoni sono più frequenti. Poi, giunti in zona, bisogna cercare i branchi di pesci in profondità con l’ecoscandaglio rinunciando sempre ad essere pigri. I branchi di pesci, infatti, si spostano sovente e, quando lo fanno, bisogna seguirli. Per farlo, come dicevo, bisogna salpare subito l’ancora (anche se è una faticaccia) per spostarsi in zone più produttive, anche molte volte in una mattinata di pesca.

Comportamento dei coregoni
I coregoni sono pesci erranti, sempre in movimento e con volontà alimentari imprevedibili. Talvolta mangiano subito e altre volte, anche se presenti in nutriti branchi, rifiutano le esche senza degnarle di attenzione. Il loro comportamento è simile a quello dei cefali. Sono capaci di restarsene apatici per ore e, poi, divenire attivi per 10-15 minuti. Il loro modo di attaccare l’esca è unico e inconfondibile. Quando va bene danno un unico colpo secco al cimino. Altre volte toccano l’esca in modo delicato e quasi impercettibile e, in altri casi, mangiano in risalita. Quando avviene la mangiata non sposta il cimino e si manifesta solamente mettendo la lenza in bando. Questa, solitamente tenuta in tensione dal piombo finale, risulta di colpo molle e scomposta. In tutti e tre i casi citati la ferrata deve essere istantanea e molto ampia. La canna va sollecitata di molto, da orizzontale quasi in verticale allo scopo di bilanciare l’elasticità della lenza tenendo sempre, però, in mente che la camolera è sottile. Una azione decisa, pertanto, ma modulata e con la frizione tarata nel modo giusto. Una volta allamato il pesce, poi, il recupero va effettuato con regolarità, senza scatti improvvisi e senza trazioni esagerate. Le sfuriate vanno assecondate per evitare il rischio di rompere la bocca del pesce oltre alla sottile lenza. Ciò è realmente difficile poiché il coregone tira in modo anomalo e “esagerato” cercando in tutti i modi di liberarsi. A volte punta verso il basso, altre volte verso l’alto e, in altre occasioni, viene su intercalando le due opposte azioni. Presso la barca, infine, punta sempre sotto di essa o verso la corda di ormeggio, quasi sapesse cosa fare per scappare.

Queste sono le “lame d’argento” splendidi avversari testimoni di acque ancora limpide e pure. I coregoni sono fra i pesci più pregiati che nuotino nelle nostre acque e la salvaguardia della loro specie merita la massima attenzione da parte di tutti.
Con questo non voglio dire che non se ne possa mangiare qualche esemplare ma, nel contempo, bisogna vigilare affinché il loro habitat venga tutelato e bisogna favorire l’immissione di popolazioni di avannotti a rinfoltirne i branchi, cosa che già tante amministrazioni fanno da tempo con ottimi risultati.

Francesco Venier