COSI' VA IL MONDO




Non mi ritengo, senza dubbio, un esperto in tanti campi ma sono convinto che, a volte, il semplice “buon senso” sia sufficiente per giudicare correttamente le cose. Un’altra caratteristica mi manca, “il lucro”, e probabilmente questa mancanza può giocare a favore di un corretto ragionare. Badate bene, questi miei sono solo dei brevi cenni atti unicamente a stimolare il pensiero ed una eventuale discussione. “Così va il mondo” si titola il pezzo. Ma, come va? Bene, no di certo!
E di chi è la colpa? Del fato, di un inevitabile e incontrollabile deteriorarsi di ogni cosa o di noi uomini? A mio avviso vi sono vari fattori da prendere in considerazione, la maggioranza dei quali prettamente di origine comportamentale e, pertanto, ascrivibili unicamente al genere umano. Come spesso affermo l’umanità, l’homo sapiens, dotato com’è di autodeterminazione, è un’anomalia dell’ecosistema, tendente a destabilizzare l’ordine naturale delle cose. C’è modo e modo, però, di cambiare la realtà. Lo si può fare semplicemente dando origine ad una, egualmente equilibrata, diversa realtà alternativa o, come spesso accade, distruggendo sterilmente ogni cosa. Oggi, per come la vedo io, proprio ciò sta accadendo.
A tal proposito io penso che vi siano alcuni precipui fattori da considerare: l’incontrollato aumento demografico, il cattivo e per nulla lungimirante sfruttamento di ogni forma di energia, la scarsissima considerazione del fattore inquinamento, l’eccessiva urbanizzazione, la pochissima attenzione attribuita alla ricerca, il mito dell’obbligatorietà di un costante aumento di ogni “prodotto interno lordo”nazionale e, ultimo ma, per me, forse il più importante, il “culto” della globalizzazione. Tutti questi fattori, inoltre, sono negativamente influenzati da un egoistico desiderio proprio sia dei singoli che della maggioranza degli stati: il lucro immediato e incondizionato. Ciò nonostante io sono favorevole alla libera iniziativa, alla libera impresa e alla proprietà ma unicamente quando regolate da democratiche leggi tutelanti un corretto ed equilibrato progresso della società civile e la massima attenzione nei confronti dell’ambiente, mirata a preservarlo integro e sano. Un convinto senso etico, infine, dovrebbe essere onnipresente, dovrebbe pervadere ogni decisione conducendo al rispetto di una legge fondamentale: il benessere dei più vale di più di quello del singolo. Considerando ora, un po’ a caso, quanto sopra elencato, iniziamo con la “globalizzazione”. Idealmente parlando una realtà meravigliosa, non più divisioni e confini, regole eguali per tutti, l’umanità come un’unica grande famiglia! Ma è veramente così? Per me no, no di certo! La “globalizzazione” ora in atto è un fenomeno meramente commerciale mirante al massimo lucro con la minima spesa. La libertà di fare impresa in ogni luogo porta ad un incivile ed egoistico sfruttamento degli stati più poveri, già depredati in passato delle materie prime ed, ora, anche della “forza lavoro”. In taluni casi lo sfruttamento della forza lavoro a basso costo rasenta lo schiavismo e lede qualsivoglia diritto umano.
Le ripercussioni di simili comportamenti, inoltre, destabilizzano anche i paesi più ricchi ove, a causa della concorrenza sleale, la disoccupazione e il lavoro nero aumentano in modo esponenziale. Con l’arricchimento del singolo, pertanto, la società nel suo complesso si impoverisce gradualmente e ciò causa, fra i molti problemi, anche minori disponibilità economiche da utilizzare per il sociale e, quindi, un consequenziale arretramento socio-culturale. Toccando adesso il problema “energia” non saprei proprio da dove iniziare! E’ un problema complesso e, se sprovvisti di una “bacchetta magica”, di difficilissima risoluzione a meno di non cambiare in toto il nostro stile di vita. In effetti l’energia si può utilizzare con maggiore criterio ed evitando gli sprechi. In parte, anche se minima, la si può produrre con fonti alternative (il solare, l’eolico, ecc.ecc.) ma, se non si cambia drasticamente lo stile di vita dell’umanità e il conseguente fabbisogno energetico, il tracollo mondiale è solo questione non di secoli ma di anni. Pur non esistendo attualmente alcuna certezza, a mio avviso, l’unica possibilità che l’umanità ha è quella di convertire una gran parte dei potenziali economici statali nella ricerca. Io sono persuaso, ad esempio, che la “fusione pulita” non sia una chimera. Non riesco a concepire che solo gli obsoleti motori a combustione interna (il petrolio) o il nucleare “sporco” siano le uniche soluzioni. Io ho molta fiducia nell’intelligenza degli uomini e basterebbe considerare gli strabilianti progressi scientifici dell’ultimo mezzo secolo per averne la consapevolezza. Se solo la metà di ciò che ogni anno si spende in armamenti, pertanto, fosse destinato alla ricerca, la soluzione di questo problema sarebbe, di certo, raggiungibile in tempi brevi.
Il vero e unico ostacolo a tutto ciò è nel lucro derivante dal petrolio, una smisurata fonte di arricchimento giustificante guerre e prevaricazioni di ogni genere. Parliamo, ora, un po’ di “urbanizzazione”e delle conseguenze di queste “migrazioni” verso le città. Con l’avvento dell’era industriale, ai primi del 900 questo fenomeno ha avuto origine per la necessità di manodopera da utilizzare nelle fabbriche. Così, un po’ alla volta, al seguito degli operai anche i famigliari hanno abbandonato le campagne. Per qualche decennio la cosa ha funzionato, c’erano tanti bisogni essenziali da soddisfare, il mercato era in crescita, la concorrenza minore e, in ogni caso, la vita in città era meno gravosa e più dignitosa che nelle campagne. Così, anno dopo anno, ogni città si è ingrandita a dismisura e l’ambiente agreste, abbandonato a se stesso, si è impoverito. Nulla di male per la natura se ci fossero state le foreste, i laghi e i fiumi incontaminati di un lontano tempo passato. Ma la natura era già stata modificata per far posto alle coltivazioni, gli alberi abbattuti, i corsi d’acqua, stravolti, il tutto adattato ad uno stanziale tipo di vita basato sulla agricoltura. Con l’inurbamento le campagne, non più curate, cominciarono ad inaridirsi e a favorire, nei casi estremi, veri e propri fenomeni di desertificazione. Il prelievo dell’acqua per utilizzo industriale, inoltre, aggravò la situazione ambientale aggiungendo ad essa il devastante fenomeno dell’inquinamento solido e chimico. Giungendo ai giorni nostri la situazione è quella che tutti possiamo osservare con l’aggravante che il vivere in città non da più le garanzie di un tempo. Il lavoro non è più una sicurezza e l’inquinamento atmosferico dei centri urbani è fuori controllo.
Come fare, anche in questo caso? L’unico rimedio, per me, è un drastico ripensamento, una organizzazione socio-economica diversificata, finalizzata anche a riscoprire l’importanza di forme occupazionali alternative basate sulla rivalutazione del territorio e sulla valorizzazione di modi di vivere già collaudati in passato, di lunga tradizione storica. Affermando ciò io non auspico una regressione della società verso obsoleti tipi di vita e di organizzazione sociale ma la riscoperta e l’attualizzazione di ciò che di buono e di funzionale c’era, di antiche tradizioni frutto di una positiva evoluzione, di un rapporto equilibrato tra uomini e ambiente, garanzia di un sereno futuro di “vero” benessere.
Un benessere non basato unicamente sul possesso di “cose” ma testimoniante un reale miglioramento del modo di vivere, una vita meno nevrotica e standardizzata, una vita più sana e armonizzata, nella quale il valore e la salvaguardia dell’individuo torni ad essere la priorità primaria. Per ora mi fermo qui, cari amici, confidando che queste mie note possano essere di stimolo e di incitamento a ripensare a ciò che veramente conta. Solo poche brevi e limitate considerazioni ma, pur sempre, un inizio.

Francesco Venier